Le ferite invisibili dell'abbandono il trauma adottivo nella prospettiva psicoanalitica
Le ferite invisibili dell’abbandono: il trauma adottivo nella prospettiva psicoanalitica

L’adozione rappresenta una straordinaria opportunità di rinascita e di riparazione, ma porta con sè un paradosso fondamentale: è una “storia d’amore” che affonda le sue radici in un’esperienza di perdita primaria. Nella clinica psicoanalitica il bambino adottato non porta soltanto il desiderio di integrazione nel nuovo nucleo familiare, ma anche le tracce silenziose di una rottura precoce che richiede di essere nominata ed elaborata.
Donald Winnicott ha evidenziato l’importanza dell’ambiente primario e dele cure materne per la costruzione del senso di continuità dell’Io. La separazione precoce dalla madre biologica interrompe questa continuità, creando un’angoscia di frammentazione. Inoltre, il bambino conserva il ricordo della perdita non sotto forma di ricordi narrativi ma come memoria somatica e sensoriale: alterazioni del ritmo sonno-veglia, ipervigilanza, reazioni di allarme di fronte all’estraneità del mondo. Ed anche quando l’adozione avviene nei primi mesi di vita, il retaggio della separazione lascia una cicatrice implicita.
Le Dinamiche Difensive nel bambino adottato
Per proteggersi dal dolore insopportabile del rifiuto primario, la psiche del bambino mette in atto una serie di meccanismi di difesa che possono manifestarsi sia sul piano somatico che comportamentale: la Scissione (Splitting): il bambino tende a dividere il mondo e i genitori in “tutto buono” o “tutto cattivo”. I genitori bi0logici possono venire idealizzati come figure salvifiche incolpevoli, mentre i genitori adottivi diventano il bersaglio dell’aggressività; oppure, al contrario, la figura biologica viene demonizzata per proteggere il legame con la famiglia adottiva; Identificazione Proiettiva: il bambino “proietta” nei genitori adottivi i propri sentimenti inaccettabili di rifiuto, inadeguatezza o rabbia, spingendo incosciamente gli adulti ad agire il rifiuto temuto per confermare la propria fantasia originaria “tanto alla fine te ne andrai anche tu”; Controllo Onnipotente: un bisogno ossessivo di testare i limiti e controllare l’ambiente per prevenire unteriori sorprese o abbandoni imprevisti; Coazione a Ripetere: il tentativo inconscio di ricreare la situazione di abbandono attraverso comportamenti provocatori o sfidanti, nella speranza paradossale di padroneggiare attivamente ciò che prima è stato subìto passivamente.
Il Processo Psicoterapico: dalla Frammentazione all’Integrazione
La psicoterapia psicoanaltica con il bambino adottato non mira a cancellare il trauma ma a costruire un ponte tra il “prima” ed il “dopo”, aiutando il piccolo ad integrare le diverse parti della propria storia. Attraverso il gioco, il disegno e la relazione transferale il terapeuta accoglie le proiezioni grezze, angoscianti e caotiche del bambino per restituirgliele bonificate, dotate di senso e leggibili emotivamente. Per poter investire pienamente nei genitori adottivi, il bambino deve essere accompagnato nell’elaborazione del lutto della famiglia d’origine e del “bambino ideale” che non ha potuto essere. Senza questo passaggio, il rischio è l’insorgere di un falso Sè compiacente. La terapia del bambino adottato è inscindibile dal sostegno della funzione genitoriale: i genitori adottivi devono essere aiutati a non interpretare l’attacco o il ririto del figlio come un rifiuto personale ma come il linguaggio sintomatico di una ferita precedente che chiede di essere accudita.
Dunque...
il percorso psicoanalitico nel trauma adottivo è un processo di “ricucitura narrativa ed affettiva”: consentendo al bambino di esprimere la rabbia e il terrore dell’abbandono all’interno di un setting sicuro e contenitivo, il trauma smette di essere un fantasma paralizzante e diventa parte integrante di un’identità complessa, unica e capace di legami autentici.









